E’ veramente troppo tempo che non scrivo.
Mi manca l’ispirazione, devo essere sincero.
Ero abituato a raccontare le stupidaggini, le scene folli o quantomeno divertenti che mi capitavano, e da qualche mese a questa parte la mia vita si è un po’ appiattita. Più routine, meno estro. Più tran-tran, meno stranezze. Sto perdendo lo smalto dell’indelicato. Mi sto tenendo allenato solo nel sollevamento polemiche, sport nel quale detengo il primato europeo in qualunque categoria: Polemica in Tram, Polemica in Metro, Polemica nei Locali, Polemica Random, Polemica in Staffetta.

Milano è una città che aiuta la polemica: la gente è stressata, è sempre di corsa, non ha pazienza. Scatta il rosso ad un semaforo, ma gli automobilisti dietro al primo della fila hanno la mano già pronta sul clacson da 2 minuti, e possono così sfogare sadicamente con una strombazzata l’ansia accumulata dalle precedenti mezze ore passate imbottigliati qui e là per la città. In giro per le strade non c’è nessuno che cammini: tutti se ne vanno spediti, a passo svelto. Ma parecchio svelto, al limite della maratona. Gli unici tranquilli sono i turisti, quelli che “bella vita sti qui, che no gà da lavorare. Mica come me, che mi son fatto un culo così oggi“, ovviamente con tono alla Cummenda. L’Homo Cummendus fa parte della fauna locale. E’ la specie più diffusa da queste parti: così come quando vai in Australia ti aspetti canguri ad ogni angolo, qui è la stessa cosa, ma con i Commendi. Tutti impettiti, tutti col macchinone da ostentare, tutti col figùn di fianco a mo’ di trofeo da esibire. Ho visto gente ggiovane di 50 anni, con abbigliamento consono all’età (del figlio forse) presentarsi la sera nei locali accompagnati da bionde sì e no 25 enni, smontare dal Lamborghini parcheggiato umilmente davanti all’ingresso del locale, meglio se sul piede di qualche plebeo in coda, e con il dovuto garbo e cortesia che si confà al loro lignaggio praticare il salto della coda per presentarsi al buttafuori del locale in questione con straordineria umiltè con queste parole, vocale più vocale meno:
SuperGiovane: “We, son qui con la mia amica, volevamo fare un salto dentro”
Buttafuori: “Mi spiace, il locale è esaurito.” [NB: non "mi spiace, c'è una coda che dovrebbe fare anche lei, cretino" oppure "la sua macchina in mezzo alla strada é più in mezzo del giovedì" (citando un noto proverbio trentino)]
SG: “Ma dimmi quant’è l’ingresso, che lo pago ed entriamo” (esibendo ovviamente gli spiccioli da 100€ che gli erano saltati fuori dalla tasca)
B: “Sono spiacente, ma si entra solo col tavolo: il locale è pieno.”
SG: “Nessun problema: ti prendo il tavolo!”
B: “Anche i tavoli sono esauriti: facciamo entrare solo quelli che l’hanno già prenotato”
SG: Improperi vari eleganti, con leit motiv il fatto che il proprietario è un amico, che da altre parti non lo “rimbalzano” (terminologia tecnica), e avanti così.
Alla sagra della banalità mancava solo:
SG: “Io se voglio questo locale te lo compro”
Appare chiaro come in questo habitat la polemica nasca spontanea. E’ quasi troppo facile: è come giocare a Strega Comanda Colore in un ospedale quando la Strega ha detto “BIANCO!”
Detto questo, questa doveva essere una premessa a ben altro discorso.
Purtroppo nel frattempo la vasca si è riempita, ho un bagno caldo che mi aspetta, e mi è passata la voglia di scrivere altro.
W Milano, W il Cummenda.

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cummenda, Milano, polemica, stress, tac